Caro Figlio, ti dico di NO!
Le regole: come gestirle e comunicarle. I no che fanno crescere.

Carissime famiglie ,
Vi riportiamo un breve rendiconto del seminario che si è tenuto presso l’asilo Birillo e Zanzara in data 11 febbraio 2016. L’incontro formativo , è stato tenuto dalla dottoressa Marusca Malossi , psicologa e neuro-psicomotricista, responsabile del Centro di Formazione Permanente di Torino.
I temi affrontati durante il seminario , hanno suscitato profonda partecipazione e interesse da parte delle famiglie, in quanto temi ritenuti molto importanti per la crescita di un bambino.
Qui di seguito,vi restituiamo un estratto del discorso.

“E’ molto importante che i figli possano avere dei bei ricordi del loro essere stati figli piccoli. I ricordi fanno le radici, le radici ci parlano dei valori che i bambini hanno ricevuto nel loro percorso di crescita , e a loro volta, i valori sono legati alle regole: ci sono delle cose che è bene fare e altre che è bene non fare.
( cit.Marusca Malossi )
Proprio nei primi mesi di vita di ogni bambino ci sono dei momenti che favoriscono la futura accettazione delle regole, fondamentale in relazione a ciò è il rapporto mamma-bambino.
Un normale atteggiamento materno, in alcuni casi spontaneo, in altri segnato da un po’ di sofferenza, è quello di de-adattarsi gradualmente ai bisogni del neonato; è opportuno sottolineare che si parla di un de-adattamento graduale, in quanto il neonato non è ancora strutturato per andare in contro a delle frustrazioni troppo grandi, ma sarà una mamma “sufficientemente buona” a conoscere i tempi che il bambino può aspettare in seguito a una richiesta di soddisfacimento dei suoi bisogni primari.
Inizialmente il neonato non riuscirà ad aspettare di essere allattato e la mamma, allo stesso tempo, non lo lascerà solo a piangere per molto. Nel percorso intrapreso però, ci sarà un momento in cui la mamma invece di accorrere immediatamente al pianto, dirà al bambino: “Sì, aspetta un attimino, la mamma arriva”. Per il bambino che riconosce la voce e di conseguenza la presenza della mamma, sarà quindi più semplice aspettare il momento dell’allattamento. Questo discorso vale anche per quando deve essere cambiato e per tutte le richieste che il bambino rivolge al suo oggetto di amore primario che, per i primi mesi di vita, è la mamma. Ovviamente in tutto non ci siamo dimenticati del ruolo del padre, che in questo periodo ha l’importantissimo compito di sostenere al meglio la nuova coppia mamma-bambino.
Con il passare del tempo il neonato imparerà a stare nell’attesa, un’attesa che ha iniziato a conoscere dalle prime settimane di vita; una delle regole alle quali facevamo riferimento all’inizio è dunque il”SAPER ASPETTARE“.
Per insegnare al bambino ad aspettare è opportuno non anticipare i suoi bisogni, questo perché si rischia di rallentare o bloccare l’emergere della sua personalità. È importante non frustrarlo troppo a lungo e neanche troppo presto, ma è allo stesso tempo importante riconoscere che un po’ di frustrazione non arreca danni al bambino; per lui sarà quindi importante saper aspettare, o meglio, imparare ad aspettare.
Nella risposta al bisogno del bambino è bene evitare di assumere un “atteggiamento puntiforme”: se quest’ultimo piange perché ha fame è importante che il genitore non abbia l’attenzione diretta solo alla fame, quindi che intervenga sì dandogli il latte, ma anche accarezzandolo, guardandolo, parlandogli e direzionando l’attenzione verso tutte le altre cose che lo riguardano in quel momento; un po’ come dirgli: “tu sei tutto questo, sei un essere globale, fatto di tante cose, non sei solo la fame che ti sovrasta in questo momento”. Rimarcare al bambino la sua totalità serve anche a distogliere l’attenzione da quella cosa che in quel momento gli crea una sofferenza.
Questo atteggiamento serve al bambino per interiorizzare che è un soggetto globale. È molto importante, infatti, attribuire un sapere al bambino e anche se questi è molto piccolo è opportuno interagire verbalmente con lui; certo non capirà il contenuto del discorso, ma questo è legato al tono della voce, al tono muscolare e a tante altre variabili del tono corporeo che il bambino percepisce.
Attribuirgli un sapere serve per iniziare a dargli degli elementi simbolici, dei quali la parola sarà quella che gli permetterà di non avere sempre bisogno dell’intervento fisico dell’adulto di riferimento: la parola è infatti uno dei primi elementi che aiutano il distacco. Se noi non supponiamo un sapere al bambino, questi non lo saprà mai; parlandogli quindi lo si aiuta a diventare un soggetto pensante in grado di comunciare, concedendogli la possibilità di potersi separare gradualmente dalla mamma. Di conseguenza un bambino che non diventa un soggetto è difficile che possa comprendere e rispettare le regole.
D’altro canto se parliamo troppo, rischiamo di confonderlo e portarlo a non seguirci più; non c’è bisogno di utilizzare troppe parole, bastano pochi giusti input, affinché egli possa riconoscerle e comprenderle. Parlargli, inoltre, non significa diventare dei “genitori democratici”, perché se per ogni regola che il genitore dà al bambino vi è una possibilità di contrattazione o di spiegazione, nel momento in cui il genitore dovrà imporre una regola imprescindibile per la quale non ci sono spiegazioni, il bambino farà molta fatica a seguirla senza contrattare e chiederà continuamente delle spiegazioni.
Tra il 2° e il 3° anno di vita il bambino ha imparato a camminare, a parlare e ha fatto tanti progressi soprattutto grazie al soddisfacimento del suo principio di piacere, ma già in questo periodo deve imparare anche a rapportarsi con le regole e con i divieti, che talvolta gli impediscono tale soddisfacimento. Se un bambino a quest’età non accetta la possibilità di ricevere un NO, si può tranquillamente affermare che qualcosa che non ha funzionato come avrebbe dovuto. Il NO è ciò che gli serve per differenziarsi dall’altro e affermare se stesso.
Per arrivare alla regola, quindi, è importante il de-adattamento del bambino dal rapporto fusionale che inizialmente ha con la mamma; verso i 2/3 anni questi se si è già sufficientemente differenziato potrà dire “NO” all’adulto nel tentativo di affermarsi; un suo NO è un modo per dire: “Sto diventando grande”.
Quel tipo di no va accettato dall’adulto, altrimenti si rischia di disconoscere al bambino che il fatto che stia crescendo, ma con questo no si può comunque interagire: qualche volta il bambino potrà essere accontentato, in altre occasioni non sarà possibile, ma sarà comunque importante riconoscere il suo desiderio e trovare delle alternative

Con la speranza che possa essere solo l’inizio di una serie di incontri , Vi ringraziamo per la grande partecipazione e l’interesse manifestato.